giovedì 28 luglio 2011

L'euro che fine farà....

"Nessuno deve farsi illusioni..la situazione nell'Eurozona è molto seria e un fallimento nella gestione dei debiti sovrani avrà sicuramente ripercussioni a livello globale". Di frasi apocalittichesu quello che sta succedendo nelle ultime settimane non si contano ormai più, ma la cosa diventa più rilevante quando a pronunciarle è il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, che in questo modo si è allineato ai timori espressi dal Fondo monetario internazionale. Cosa può succedere a questo punto? L'euro può saltare davvero e, comunque, come comportarsi con i propri risparmi per limitare i pericoli? Proviamo a capirlo analizzando i dati più recenti e le prossime scadenze.

[L'Europa approva un 'piano Marshall' per la Grecia. Salverà l'euro?]

La posizione della Commissione Ue
La posizione assunta da Barroso, che ha immediatamente provocato una reazione negativa dei mercati, è stato soprattutto un richiamo al senso di responsabilità dei governanti europei affinché smettano con la scaricabarile e si facciano carico della crisi greca trovando una posizione condivisa. Infatti, il presidente della Commissione Ue ha ricordato che l'euro "è un nostro patrimonio importante", aggiungendo che occorre uno sforzo per la sua stabilità, "altrimenti il giudizio della storia sarà duro".

Lo stato di salute della moneta unica
Per capire qual è lo stato di salute dell'euro basta dare uno sguardo ai grafici [
vai al cambio euro/dollaro]: se a inizio maggio la moneta unica era arrivata a sfiorare a più riprese 1,49 contro il dollaro, ora viaggia intorno a 1,40-1,42. In calo, dunque, contro una moneta che è sotto pressione per via dei dissidi tra Democratici e Repubblica sul deficit federale, con lo spettro del default che si aggira.

[Gli Stati Uniti tra i paesi a rischio default]

Con tutto ciò che questo comporta per l'economia italiana: considerato che le materie prime sono denominate in dollaro e che noi le importiamo in gran quantità, questo significa un aumento dei prezzi per carburanti, alimentari e così via. Il confronto si fa più pesante con il franco svizzero [vai al cambio euro/franco svizzero], divenuto ormai moneta rifugio per quanti diffidano di una soluzione della crisi in tempi brevi. A fine 2010 l'euro veniva scambiato a 1,30 rispetto alla moneta elvetica, attualmente si aggira intorno a quota 1,15.

Tutta colpa della speculazione?
Nei discorsi di politici e analisti si sente spesso puntare l'indice contro la speculazione internazionale. La realtà è che dietro questa parola si nascondono investitori professionali che movimentano enormi somme di denaro in base alle proprie convinzioni: se, quindi, decidono di vendere euro e acquistare franchi svizzeri significa che sono convinti di anticipare in questo modo i trend dell'economia reale.

I rischi reali
Nonostante le forti pressioni delle ultime settimane va comunque detto che l'euro non è crollato e anche gli attacchi all'Italia sono stati in parte riassorbiti nelle ultime sedute, dopo che ha cominciato a prendere corpo l'ipotesi di una posizione condivisa a livello europeo. Detto questo, resta un problema di fondo: quello di un'area del mondo che cresce lentamente, molto meno rispetto ai Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e agli stessi Stati Uniti. Un'aggregazione economica che manca tuttavia di guida politica e che, quindi, non riesce a esprimersi con una sola voce quando si pongono questioni di portata globale.

Come investire
Per il
piccolo risparmiatore non resta che fare un ceck-up periodico del proprio portafoglio e, se crede in una debolezza strutturale della moneta unica europea, diversificare puntando su altre valute. La strada più semplice consiste nell'acquistare titoli azionari di altri paesi: ad esempio i principali broker italiani consentono di fare trading sui titoli statunitensi ad alta capitalizzazione. Un'altra strada, più prudente, consiste nell'acquistare quote di fondi o etf denominati in valuta estera. Senza mai dimenticare che un'esposizione eccessiva in questa direzione può aumentare sensibilmente il rischio dei propri investimenti, aggiungendo al rischio classico del saliscendi dei titoli, quello legato alla fluttuazione della valuta prescelta rispetto all'euro.




lunedì 4 luglio 2011

I costi della vita in Europa

Quanto costa vivere nei Paesi dell'Ue? Per calcolarlo si può fare riferimento ai dati pubblicati da Eurostat. Mettendo a paragone iprezzi dei beni e dei servizi nei Ventisette si può scoprire ad esempio che in Italia il costo della vita è di poco superiore alla media. Il sito di informazione Linkiesta.it ha elaborato le statistiche di Eurostat e ha fatto un confronto, Paese per Paese, dei prezzi in generale e di quelli relativi ad alcune delle principali categorie di spesa (alimentari, alcol e tabacchi, abbigliamenti, trasporti, ristorazione e hotel, elettronica di consumo).

Ecco quindi quanto costa fare la spesa in Europa?

L'elaborazione de Linkiesta.it ha fatto pari a 100 il costo medio dei beni e dei servizi nei 27 Stati dell'Unione Europea. L'analisi, effettuata soltanto in termini relativi e non in valori assoluti, è partita dal costo della vita in generale, prendendo in considerazione, come riferimento, un paniere di 2.500 beni di consumo e servizi. Il Paese in cui il costo della vita è esattamente pari alla media dei Ventisette è la Gran Bretagna. Il valore è infatti uguale a 100. Lo Stato in cui la vita è più cara è invece la Danimarca, che raggiunge un punteggio di 143.

Quindi, se per esempio un consumatore fa la spesa in un supermercato britannico e spende 100 euro, per acquistare gli stessi prodotti in terra danese dovrebbe spenderne 143. Per quanto riguarda il costo del vivere in generale, l'Italia si colloca di poco, quattro punti, al di sopra della media Ue: il punteggio del nostro Paese è 104. Tra gli Stati più cari, dopo la Danimarca, ci sono la Finlandia (123), il Lussemburgo (120) e laSvezia (120). Quelli in cui vivere costa meno sono invece i Paesi dell'Est: Bulgaria (51), Romania (59) e Polonia (63), molto al di sotto della media.

Per quanto riguarda cibo e bevande analcoliche, la situazione non è molto diversa. Il paese più caro da questo punto di vista è ancora la Danimarca, con ben 36 punti al di sopra della media. Al secondo posto però spicca l'Irlanda (120 punti). Nel Paese definito fino a pochi anni fa "la Tigre Celtica", non è quindi una buona idea fare acquisti alimentari. In questa graduatoria, l'Italia si piazza ancora una volta intorno alla media europea con un punteggio di 106: sei punti in più rispetto al valore medio. Nel Belpaese, comprare prodotti alimentari è più dispendioso che in altri Stati come la Gran Bretagna (102) o l'Olanda (96).

Lo scenario relativo all'alcol e ai tabacchi è completamente diverso. I prezzi maggiori per sigarette e alcolici si riscontrano in Irlanda (170 punti) e nel Regno Unito (142). In Italia, invece, i vizi sono un po' più abbordabili: il punteggio del nostro Paese è 104. Anche in questo caso, gli Stati in cui conviene di più fare acquisti del genere si trovano nell'Europa orientale. Nel più economico, la Romania (64 punti), chi compra tali prodotti spende quasi la metà rispetto alla media europea.

Per chi vuole fare shopping di abiti è consigliabile evitare la Svezia (126 punti), il Paese più caro per quanto concerne l'abbigliamento. In Italia (101 punti), invece, una delle patrie della moda per eccellenza, i prezzi di vestiti, borse e scarpe sono molto simili a quelli medi presenti nell'Ue. Agli stessi livelli ci sono gliStati baltici come Estonia (100) e Lettonia (100).

Tra i 27 Paesi dell'Ue, i costi dell'elettronica di consumo, dai cellulari all'iPad, non sono molto dissimili tra di loro. Se si escludono Svezia (115), Danimarca (113) e Malta (110) dove i prezzi superano la media europea di 10-15 punti, i prezzi dei prodotti hi tech sono più o meno gli stessi in tutta Europa. L'Italia (106) è alquinto posto tra i Paesi dove le tecnologie di consumo costano di più. Ma il divario con gli altri Stati non è molto ampio: in Gran Bretagna (98), per esempio, che è al sedicesimo posto, i costi sono di soli due punti al di sotto della media; la Germania (96), dove invece i prezzi sono più bassi di quattro punti rispetto ai valori medi, è al ventunesimo posto.

Passando ai costi dei mezzi di trasporto privato, quindi soprattutto automobili e carburante, si può osservare che l'Italia è perfettamente in linea con la media europea, mentre in Danimarca, per esempio i prezzi sono quasi insostenibili visto che superano di ben 67 punti i valori media. A sorpresa, il secondo Paese più caro per quanto riguarda i trasporti privati è il Portogallo (120 punti), uno Stato che non figura ai primi posti in nessun'altra categoria.

Un'altra voce di spesa che pesa sul bilancio dei cittadini europei è quella relativa a ristoranti e hotel. Anche in questo caso, i costi più alti si osservano nei Paesi scandinavi come Danimarca (153), Svezia (138) e Finlandia (129). Ma anche l'Italia, meta d'eccezione per gastronomia e viaggi, non scherza. Le spese che i consumatori devono sostenere nelle strutture di ricezione italiane sono più elevate rispetto alla media europea di ben sette punti. In alcuni Stati dell'Est, invece, il quadro è completamente differente. Chi si ferma in un ristorante o in un albergo della Bulgaria (il fanalino di coda di questa categoria con 45 punti), spendemeno della metà di quanto pagherebbe in media nei 27 Paesi dell'Unione europea.

venerdì 29 aprile 2011

Quarto Conto Energia, non è ancora il momento di tirare il fiato

Tra ritardi e slittamenti, è fissato per oggi in Conferenza Stato-Regioni l'esame della bozza del decreto sulle rinnovabili

energie-rinnovabili.jpgRinnovabili, tempi lunghi per il decreto

Dal 3 marzo, in cui venne approvato il decreto legislativo volto a recepire la direttiva europea 2009/28, sono passati oltre cinquanta giorni.
La scadenza del 30 aprile si avvicina ma, per quanto riguarda la definizione del Quarto Conto Energia, si registra un nulla di fatto. O quasi.

Era attesa per il 20 aprile la definizione del testo ufficiale del decreto attuativo sulle rinnovabili, ma l'esame della bozza del Quarto Conto Energia da parte della Conferenza Stato Regioniè solo iniziato e la risoluzione definitiva ha subito uno slittamento al 28 aprile, cioè oggi.

La dead line per imboccare una strada comune sulla bozza è il30 aprile, oltre questa data scadrebbero i termini della delega concessa dal Decreto Romani con conseguente ulteriore allungamento dei tempi di pubblicazione. Va considerato, inoltre, che già a far data dal 31 maggio prossimo, scadranno le tariffe incentivanti oggi in vigore per il fotovoltaico.

Il rinvio di una settimana sarebbe stato richiesto, spiega Vasco Errani presidente della Conferenza delle Regioni, a causa di alcune criticità che avrebbero impedito di raggiungere un'intesa. Come ha dichiarato l'Assessore alle attività produttive della Regione Toscana Gianfranco Simoncini, "non ci è stato dato modo di poter discutere un decreto di cui non condividiamo alcune parti".

“Spero che il rinvio chiesto dalle Regioni sia legato a una necessità di approfondimento”, ha dichiarato il sottosegretario allo Sviluppo Economico Stefano Soglia, commentando il rinvio della Conferenza Stato Regioni. “Lo concediamo” ha proseguito, “perché le Regioni sono un architrave fondamentale ma non può essere una dilazione visto che, anche a causa nostra, gli investimenti sono rallentati e devono ripartire”. Ciononostante, ha ammonito Soglia, “se la posizione delle Regioni sarà volta a salvare tutto l'esistente, noi non la condivideremo”.

Tra le stesse Regioni sembra non esserci omogeneità di vedute circa la posizione da prendere: Lazio, Sicilia, Piemontee Lombardia firmerebbero la bozza proposta dal Governo; Toscana, Umbria ed Emilia Romagna sarebbero più sul piede di guerra. La Puglia ha già annunciato che proporrà alcuni emendamenti per sopprimere i limiti di potenza del fotovoltaico sui tetti e perché si arrivi al tanto chiacchierato modello tedesco, cioè tariffe decrescenti all’aumentare dei MW installati, entro il 2012 e non nel 2013 eliminando così il periodo transitorio previsto dal Governo.

"Dal 1° gennaio 2013” ha proseguito Soglia “avremo il modello tedesco. Ora abbiamo il triplo degli incentivi che ci sono in Germania, considerato il grado di insolazione che c'è nel nostro Paese, ma anche quando introdurremo questo modello avremo sempre incentivi più alti di quelli che ci sono in Germania”. In ogni caso, dal 2017, anno in cui dovrebbe essere raggiunta la grid parity ovvero il fotovoltaico residenziale e per autoconsumo soprattutto, saranno in grado di produrre energia a prezzi di mercato, non ci saranno più incentivi.

Critiche ma anche proposte dall'Anci, Associazione nazionale comuni italiani, che richiede chiarezza per il mercato delle rinnovabili da qui al 2016 passando per un procedimento più partecipato che vada a coniugare le esigenze delle imprese, del territorio e del sistema complessivamente inteso, a partire dai cittadini. Tra le proposte, quella di unariduzione delle tariffe che non superi il 10% per il 2011 e il 20% per il 2012; una proroga, almeno al 2012, per il Registro per i grandi impianti di nuova istituzione.

Perplessità per il decreto sulle rinnovabili anche dall'Unione europea che, per voce del Commissario per l'Energia, invita il Governo a definire un provvedimento che attui la Direttiva europea in modo stabile e prevedibile per il mercato, privo di misure che possano ripercuotersi sugli investimenti già effettuati.

Resta di fatto che, in attesa delle decisioni finali, i ritardi accumulati stanno tenendo in scacco un intero sistema di aziende e lavoratori del settore rinnovabili.


mercoledì 27 aprile 2011

Risparmiare 670 euro al mese in 10 mosse

Risparmiare non è solo una questione di reddito: più soldi guadagniamo, di più ne possiamo mettere da parte. Spesso riuscire ad accantonare qualcosa è anche una questione di rinunciare a cattive abitudini legate alle nostre spese quotidiane. Infatti, con le giuste scelte, si può arrivare a risparmiare fino a 670 euro!

Vediamo come si fa. 
1. Il cellulare: meglio Skype
Il cellulare è una delle spese che pesano di più sul nostro portafogli. Non è facile districarsi tra offerte, tariffe, ricaricabili e abbonamenti. Facendo un confronto tra le principali compagnie telefoniche si va da un minimo di spesa (per un abbonamento) di 32 euro al mese a un massimo di 203,39 euro (con una scheda prepagata). Per una media di 5 chiamate al giorno della durata di 2 minuti ciascuna e l'invio di 20 sms, si arriva a spendere in media anche fino a 5,55 al giorno. In un mese sono 166,5 euro. Per telefonare e assottigliare questa voce nel nostro bilancio quotidiano, è ora di guardare alle molte possibilità che il web offre per metterci in contatto con i cellulari. Abbandonate carte prepagate e abbonamenti: usando Skype dal vostro pc o dal vostro smartphone: lo stesso numero di chiamate vi costerà solo 0, 22 euro e per 20 sms spenderete solo 2,2 euro, per un totale di appena 2.42 euro al giorno e di 72,6 euro al mese.

Il confronto tra le tariffe di Skype con la media di quelle offerte dalle principali compagnie telefoniche ci dà un risparmio netto di 93,9 euro al mese.

2. Quella tazzina in meno... 
Iniziare una giornata senza un caffè consumato al bar è più di un sacrificio per la maggior parte degli italiani. Ogni caffè, se preso singolarmente, non pesa moltissimo sul nostro portafogli: il suo costo medio in Italia è di 0,80 euro, cifra affrontabile per chiunque. Tuttavia alla fine della giornata ci si può trovare ad aver preso anche 8 caffé al bancone e col portafogli un po' più leggero. Rinunciare anche a una singola tazzina ogni giorno potrebbe avere delle ripercussioni positive sul nostro bilancio. Infatti se moltiplichiamo il costo di un caffé per 30 giorni, risparmieremo ben 24 euro.

3. L'acqua è un bene di tutti
La lotta condotta affinché l'acqua rimanga un bene pubblico ha delle significative ripercussioni anche sulla nostra capacità di risparmio. Infatti, una bottiglia d'acqua da 1,5 litri costa in media 0,30 euro. Comprando una sola bottiglia e continuando a riempirla per un mese intero, scoprirete di aver risparmiato ben 9 euro, oltre ad aver alleggerito il pianeta di un bel po' di involucri in plastica.

4. Cena a lume di candela? Meglio stare a casa…
Dopo queste prime considerazioni, si potrebbe pensare che, risparmiando su telefono, acqua e caffè, ciò che ci rimane in tasca potremmo a buona ragione dedicarlo a qualcos'altro. A esempio, alla persona che amiamo, offrendole una bella cena fuori. Perché no? Ma che non diventi un'abitudine! Anzi, se già lo è, magari un appuntamento fisso dopo il lavoro per due o tre volte alla settimana, provate a saltare almeno un rendez-vous. Calcolando un costo medio di 30 euro a persona per una cena con antipasto, primo o secondo, dolce, acqua e vino, potreste arrivare a risparmiare mensilmente fino a 120 euro.

5. Auto vs mezzi pubblici
Con i prezzi della benzina alle stelle fare il pieno una volta alla settimana è diventata una vera e propria tassa costante: si può arrivare a spendere fino a 60 euro a settimana per tenere accesi i motori nel traffico. Al mese diventano 240 euro. Inoltre la macchina è un mezzo di trasporto che incide negativamente sul nostro bilancio: pagare il bollo ci costa circa 100 euro e una polizza assicurativa comprensiva di furto e incendio arriva a costarci anche 1000 euro. Significa che bollo e assicurazione messi insieme costano 91 euro al mese. 
A conti fatti l'auto toglie circa 306 euro al nostro budget mensile. 
Che fare, dunque? Rinunciare al nostro alleato nel traffico non è facile, specie se non amiamo lo scooter o i mezzi pubblici non riescono a portarci in modo rapido e indolore sul luogo di lavoro. Tuttavia, analizzando queste due alternative dal punto di vista economico, potremmo riuscire a far sorridere il nostro portafoglio.
Il costo medio di un abbonamento mensile ai mezzi pubblici è di 30 euro al mese. Mentre, pur mantenendo più o meno gli stessi costi di bollo e assicurazione per il nostro scooter, il pieno peserebbe molto meno: circa 20 euro a settimana. 
Per cui se scegliete di lasciare la vostra auto a casa a favore dei mezzi pubblici, risparmierete 121 euro. Se invece preferite le due ruote, conservando la vostra autonomia, il risparmio scende a 40 euro.

6. Assicurazione sulla casa, macchina, vita e reddito: meglio farle con la stessa compagnia
Una famiglia potrebbe trovarsi a sostenere il costo di più di un'assicurazione. Oltre la macchina, si può assicurare praticamente tutto: la casa, la vita, il proprio reddito. Per risparmiare è buona norma scegliere una sola compagnia di assicurazioni.

7. Filosofia No logo: vale per il cibo, vale per i vestiti
Quando Naomi Klein formulò la teoria combattente del “No Logo” tenne sicuramente in conto i margini di profitto che ad ogni nostro acquisto assicuriamo ai brand che acquistiamo. Ma se dalla nostra spesa - alimentare, farmaceutica e di abbigliamento - provassimo ad eliminare ogni logo? Forse scopriremmo che non è poi così difficile risparmiare su beni di prima necessità, ma anche su beni puramente voluttuari. Un jeans di marca costa in media 120 euro; un jeans no logo può arrivare a costare anche 10 volte meno, con un risparmio netto di 108 euro a jeans. 
Considerando che si può scegliere di acquistare in media due jeans all'anno, il risparmio raddoppia. Mensilmente risparmiereste 18 euro al mese. Un farmaco generico di solito costa il 50% in meno rispetto a quello brandizzato, per non parlare del cibo su cui la lotta del logo è agguerritissima, anche se nello stesso pastificio per esempio può essere prodotta della pasta poi in vendita a 0,79 euro e dell'altra pasta (molto simile per caratteristiche organolettiche) a 0,59 euro.

8. No ai cibi pronti! 
Il capitolo cibo è uno dei dilemmi del buon risparmiatore, ma è anche il campo su cui ottimizzare è più semplice. Rinunciare ai cibi pronti come un bel piatto di gnocchi alla sorrentina congelati (4,99 euro) e scegliere una confezione di gnocchi, una mozzarella da cucina e una confezione di pomodori pachino (1 euro + 0,50 euro + 1,75 euro) produrrà un risparmio netto di 1,74 euro. Non male per un singolo pasto...

9. Il pranzo al lavoro
Optando per i cibi freschi invece di quelli congelati, potrete scegliere prodotti in offerta e programmare meglio i vostri pasti, arrivando a prepararvi la famosa “schiscetta”, ovvero il pranzo fai-da-te. Saprete sempre cosa state mangiando, potrete scegliere dove farlo e frazionerete i costi ancora di più, pensando che un pranzo medio in una tavola calda costa tra i 5 e gli 8 euro. In un mese potreste ritrovarvi nel portafogli 210 euro di cui non sospettavate minimamente l'esistenza...

10. Abbonamento in palestra: meglio correre al parco.
Un abbonamento in palestra può costarci in media fra i 60 e gli 80 euro, senza contare i canoni di iscrizione annuali quasi sempre obbligatori. Per cui per mantenerci in forma, sfogare la tensione dopo una giornata di lavoro, potremmo trovarci in bilancio fino a 75 euro al mese. Scegliendo di correre al parco e di condividere un momento di allenamento con gli amici potrebbe farci risparmiare considerevolmente, oltre ad aggiungere alla nostra giornata un momento di incontro con le persone a cui di solito sfuggiamo, rispondendo “Non ho tempo, devo correre in palestra!”.

martedì 26 aprile 2011

Agroalimentare, l'Ue riconosce due nuove Dop italiane


Con la Farina di castagne della Lunigiana e la Formaggella del Luinese salgono a 225 i prodotti certificati italiani, punta di diamante del made in Italy

farina-di-castagne-della-lunigiana-dop.jpgFarina di castagne della Lunigiana

Due nuove Dop arricchiscono il paniere delle eccellenze italiane: la Farina di castagne della Lunigiana e la Formaggella del Luinese, divenute ufficialmente Denominazioni di origine protetta con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea (serie L102 del 16 aprile 2011) del Regolamento recante il riconoscimento nel registro comunitario dei due prodotti.

"Si tratta una dimostrazione che il settore agricolo italiano prosegue nel suo percorso virtuoso basato su qualità, riconoscibilità e sicurezza alimentare" ha dichiarato con soddisfazione il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Saverio Romano.
Solo due settimane fa Romano aveva detto di guardare alla qualità e alla varietà come punti di forza dell'agroalimentare italiano. E, in un'agricoltura che punta su tali caratteristiche - aveva aggiunto - non c'è posto per Ogm e coltivazioni biotech: "Non potremo mai competere sulla quantità, ma sulla qualità certamente sì, lo facciamo già e lo faremo ancora di più".

I numeri lo confermano: l'Italia svetta in cima alla classifica europea delle produzioni certificate con 225 riconoscimenti. Con i due ultimi arrivati, infatti, le Dop toccano quota 140, a cui bisogna aggiungere le 83 Igp e le 2 Stg.

La tradizionale 'rivale' dell'Italia, la Francia, si piazza seconda con 'solo' 183 prodotti, seguita a sua volta dalla Spagna con 148.

"E' una posizione di leadership che ora bisogna continuare a valorizzare e promuovere sui mercati internazionali, visto che il segmento dei prodotti garantiti ha anche un'importante peso di mercato" ha fatto notare la Cia - Confederazione italiana agricoltori. Solo nel 2010, infatti, il giro d'affari legato alle produzioni Dop e Igp è stato pari a circa 9 miliardi di euro, di cui quasi 2 miliardi legati all'export (dati Cia).

A livello regionale il fatturato alla produzione delle Dop e Igp consegna il podio all'Emilia-Romagna, con quasi 2,2 miliardi di euro complessivi e un valore del 40,9% sul totale delle produzioni italiane certificate. Al secondo posto (dati Ismea 2009) c'è la Lombardia con un fatturato di 1,3 miliardi di euro e, molto lontano dalle prime due posizioni, il Friuli Venezia Giulia con 350 milioni.

La soddisfazione per i nuovi riconoscimenti è palpabile non solo a Roma, ma anche e soprattutto sul territorio che ha proposto, sostenuto e lottato per queste denominazioni.

"E' un riconoscimento che premia un prodotto di eccellenza del nostro territorio – spiega Vincenzo Tongiani, presidente della Coldiretti di Massa Carrara – e una comunità tenace come quella dei castanicoltori che non hanno mai perso la speranza anche quando il percorso sembrava essersi interrotto". E' durato infatti cinque anni il "tira e molla" per ottenere la Dop per la Farina di castagne della Lunigiana, ma il Comitato promotore (composto da una quindicina di castanicoltori, tra cooperative ed aziende, e tre mulini) ha saputo sfruttare anche il lungo iter burocratico a proprio favore: proprio grazie a questo percorso il Comitato è riuscito a triplicare la produzione complessiva passando da 50 a 150 quintali.

La Dop Farina di castagne della Lunigiana è attribuita alla farina dolce ottenuta mediante la lavorazione di castagne prodotte da castagni della specie Castanea sativa (Mill.) delle varietà di cui si riconosce storica presenza sul territorio interessato: Bresciana, Carpanese, Fosetta, Marzolina, Moretta, Primaticcia, Rigola, Rossella, Rossola. Almeno il 70% delle varietà di castagno che concorrono alla produzione della Farina di castagne della Lunigiana deve derivare dalle varietà Bresciana, Carpanese e Rossola. La Farina di castagne della Lunigiana si caratterizza per uno spiccato sapore dolce, che la distingue nettamente da prodotti simili presenti sul mercato e che le deriva principalmente dal castagno coltivato e dalle caratteristiche pedoclimatiche dell'areale di produzione, nonché dall'attività dell'uomo che nei secoli ha mantenuto la produzione della farina.

La zona di produzione della Dop Farina di castagne della Lunigiana ricade in provincia di Massa Carrara e comprende l'intero territorio amministrativo dei Comuni di: Aulla, Bagnone, Casola in Lunigiana, Comano, Filattiera, Fivizzano, Fosdinovo, Licciana Nardi, Mulazzo, Podenzana, Pontremoli, Tresana, Villafranca in Lunigiana e Zeri.

Sono circa 30 mila gli ettari complessivi di castagneti presenti oggi in Lunigiana (230 mila quelli totali in Italia, con la Toscana seconda regione italiana per ettari).

Ma anche la Lombardia esulta per la sua nuova Dop: la Formaggella del Luinese (a destra) è un formaggio a pasta semidura, prodotto esclusivamente con latte intero e crudo di capra, a coagulazione presamica, con stagionatura minima di 20 giorni. Il latte possiede particolari caratteristiche organolettiche che conferiscono poi al formaggio prodotto la particolare sapidità, l'odore e l'aroma delicato, la spiccata prevalenza di una microflora lattica mista che lo caratterizzano. Il sapore è mediamente dolce, delicato, gradevole e si intensifica con il progredire della stagionatura. Il colore della pasta è omogeneo e prevalentemente bianco.

Il territorio in cui viene prodotta la Formagella del Luinese è compreso nell'area nord della Provincia di Varese meglio definita come Prealpi Varesine.

"Questo riconoscimento - ha detto l'assessore all'Agricoltura della Regione Lombardia, Giulio De Capitani, nell'esprimere la sua soddisfazione - premia il lavoro dei numerosi produttori attivi nella provincia di Varese, l'impegno e la dedizione dell'assessore Specchiarelli per il raggiungimento di questo importante traguardo, ma premia soprattutto la grande qualità dell'agroalimentare della Regione Lombardia".

"Adesso bisogna continuare a lavorare sulla qualità e sulla tipicità dei nostri prodotti agroalimentari -conclude la Cia -ma allo stesso tempo c'è bisogno di rafforzare la lotta alla contraffazione, perché la tutela delle ‘griffe’ alimentari è ancora troppo debole e non riesce a contrastare fenomeni odiosi come l’Italian sounding."

sabato 9 aprile 2011

Gasolio più care le nuove lavorazioni


Gasolio, più care le nuove lavorazioni L’impennata del prezzo del carburante costringerà le imprese agromeccaniche a ritoccare le tariffe Il prezzo del petrolio che ha sfondato i 116 dollari al barile sta infiammando l’economia italiana e anche l’agricoltura comincia a leccarsi le ferite. Trainati dal caro carburante i costi delle imprese agricole continuano infatti a impennarsi. L’Ismea, in particolare, rileva a inizio anno un ulteriore inasprimento dei costi a carico degli agricoltori, valutando una crescita del 4,4% rispetto a gennaio 2010. L’Istituto segnala il forte rincaro del mangimi (+16,9% in un anno) e dei carburanti (+6,4 per cento). Una situazione che secondo il presidente dell’Ismea, Arturo Semerari, «rischia di determinare un peggioramento dei livelli di redditività dei nostri agricoltori, dopo una fase di faticoso recupero di questi ultimi mesi». E il peggio deve ancora venire. Le nuove tariffe delle lavorazioni infatti potrebbero riservare sorprese. Massimo Alberghini Maltoni, vicepresidente e portavoce dell’Unima, l’associazione che rappresenta le imprese agromeccaniche, anticipa aumenti sicuri nel prossimo piano tariffario che sarà pronto entro maggio. D’altra parte i numeri non sono un’opinione. Da marzo 2009 a oggi, Mantoni ha calcolato un’impennata dell’84% del prezzo del gasolio. Dai 0,388 euro al litro rilevati nel 2009 dopo un andamento tranquillo finora febbraio 2010 (0,4 euro al litro) si è verificato il primo picco a inizi di marzo arrivando a 0,6 euro, quindi nuovo assestamento per poi avviare da novembre a marzo 2011 un’escalation che ha fatto schizzare il prezzo a 0,715, con un incremento in tre mesi del 20 per cento e in due anni di oltre l’80 per cento. I prezzi, spiega l’esponente dell’Unima, variano in base al tipo di cliente, ma la stangata comunque è pesante. «Ed entro maggio – afferma – dovremo concretizzare i ritocchi tariffari». Nei prossimi giorni partirà il confronto all’interno dell’Unima per capire quali saranno le proiezioni sul costo orario. Alberghini ha messo nero su bianco alcuni conteggi e il risultato è che l’agricoltura è davvero alle prese con una pesante emergenza. «Per le macchine di maggiore potenza – spiega – che vengono utilizzate per le lavorazioni pesanti abbiamo calcolato che i nuovi prezzi del gasolio determinano un aumento dei costi che va dal 9 al 12 per cento. Un Challanger da 300 cavalli consuma infatti circa 55 litri all’ora e dunque il costo del servizio prestato dal contoterzista chiavi in mano ora è di 160 euro all’ora. Con il caro-gasolio la tariffa dovrebbe crescere di 18 euro all’ora. Per una trattrice da 200 cavalli il cui costo orario si aggira sui 130 euro, l’aumento non supera il 10% tenendo conto che il consumo scende a 35 litri all’ora ». Ma gli aumenti si scaricheranno in automatico sulle imprese agricole? Alberghini ci tiene a chiarire che storicamente gli agromeccanici si sono sempre fatti carico di assorbire i rincari: «Le nostre imprese non scaricano tutto sul cliente, assorbono una parte degli aumenti, ma certo non possiamo regalare. E allora probabilmente scaglioneremo gli aumenti e se il costo del petrolio dovesse ridursi annulleremo i ritocchi programmati». L’impatto sarà decisamente inferiore per le lavorazioni leggere che però rappresentano una quota marginale e alla fine si riducono alla distribuzione dei fitofarmaci. Per tutte le altre lavorazioni infatti si utilizzano macchine di grossa potenza. «Prendiamo il caso dello spandimento dei liquami – sottolinea Alberghini – ora le botti sono più pesanti e servono trattrici di potenza superiore rispetto a quelle che si usavano anni fa anche perché si accelerano i tempi delle lavorazioni. Le grandi macchine infatti oltre alle performance operative hanno anche la caratteristica di richiedere meno tempo e quindi meno manodopera che è un altro costo pesante». Il vice presidente dell’Unima non azzarda tariffe medie «le politiche tariffarie sono legate alle zone, l’analisi che ho fornito riguarda lavorazioni di commodity come il grano nella mia provincia, Modena, ma anche in tutto il Nord, in Umbria però, per esempio, ci troviamo di fronte ad altre caratteristiche dei terreni, così come al Sud». A lanciare l’allarme è anche il Confai. «Il gasolio agricolo è schizzato a quasi 1 euro al litro – afferma il presidente Leonardo Bolis – e, tenuto conto che un’azienda agromeccanica ne utilizza, in media nazionale, circa 80mila litri, la spesa per il suo acquisto potrebbe aumentare di oltre 30mila euro, sempre che non si registrino ulteriori rincari».

Cereali prezzi nazionali e mondiali a confronto


Cereali. Prezzi nazionali e mondiali a confronto (dal 18 al 24 marzo 2011) Frumento tenero verso la stabilizzazione Italia In assenza di merce locale l’offerta è comunitaria ed estera, con effetto ribassista dovuto all’arrivo di merce extra-Eu forse in parte destinata al Magreb. Il trend è stato ribassista anche perché al momento la Francia non ha altri sbocchi commerciali che il continente europeo, tuttavia si vede all’orizzonte una stabilizzazione dei prezzi (o una ripresa) non appena la situazione in Nord Africa si rasserenerà. Milano e Bologna ratificano il momento transitorio con rispettivamente un invariato e un -5 €/t (che recupera la giornata di chiusura del 17 u.s.). Grano duro sempre giù Italia in un mercato cerealicolo che vive di alti e bassi il duro si mantiene indipendente e al costante ribasso. Alla quasi assenza di domanda si contrappone una buona offerta di “rivendite” e dimerce di ogni origine. Sul nazionale i prezzi dei contratti a listino vedono bruschi cali dovuta al fatto che si quota una situazione surreale ove se ilmondo ha poche scorte, l’Italia ne avrebbe anche fin troppe per arrivare a giugno: si parla di oltre un milione di tonnellate a riporto. Le esigue speranze di ripresa sono legate alla possibile riapertura delle aste in Nord Africa e la conseguente inversione sulle piazze del Sud Italia ed europee. Milano vede meno 3 €/t mentre Bologna ratifica un meno 10 €/t (ma la settimana scorsa era chiusa). Mais, le quotazioni tengono Italia se il mercato vive di luce riflessa quanto accade in Europa e nel mondo, i segnali di “incertezza e limitata disponibilità” che si ricevono rassicurano gli operatori della sostanziale tenuta delle quotazioni. Dopo la flessione delle scorse settimane, le piazze mondiali si rafforzano e il nostro mercato (che poco aveva recepito i cali “mondiali”) passa un simbolico +1,5 €/t a Milano e un -1 €/t a Bologna che allinea le due Borse . A pesare sul futuro le conferme dell’aumento delle semine nazionali (+68%) e (soprattutto) europee. Cereali foraggeri e oleaginose Italia Cereali foraggeri: l’intero comparto vive la crisi generale della zootecnia ed un contesto cerealicolo europeo che stenta a tenere le posizioni. La domanda non preme e l’offerta resta da paesi terzi e dall’Europa. Quotazioni in regresso sulle piazze del Nord con il sorgo che fa segnare un -8€/ t, l’orzo un -3 €/t e il grano -5 €/t.Oleaginose: la situazione 2011 potrebbe essere più sostenuta che nelle attese,ma al momento le nostre piazze quotano stabilità conMilano “invariato” e Bologna -5€/ t. Segnali di ripresa. Il commento completo sui prezzi europei e mondiali su Terra e Vita.